lunedì 6 maggio 2013

Like Crazy


Un film di Drake Doremus con Felicity Jones, Anton Yelchin. Usa, 2011.

Presentato al Sundance 2011 dove ha vinto il Gran Premio della giuria, ha fatto la sua apparizione anche in Italia, fuori concorso, al Festival Internazionale del Film di Roma.

Per la regia del trentenne Drake Doremus, è un piccolo film indipendente che racconta la commovente storia d'amore tra Anna e Jacob, divisi tra Londra e Los Angeles ed intenti a non lasciarsi andare, perduti nella loro lontananza.
Inizia con un atto coraggioso da parte di lei la storia ed il film stesso, che continuano grazie all'audacia degli amanti che non vogliono perdersi, fingendo il meglio per non farsi soffrire, fino ad esplodere e non sentirsi più padroni della propria vita.
Con una storia semplice e senza pretese si indagano i danni che la mancanza e la distanza possono, impercettibilmente, creare nella vita non solo di una coppia ma anche di chi intorno ad essa inevitabilmente gravita, e si riscopre il valore della pazienza, tema portante del film, inciso nei cuori e su metallo.
La macchina da presa a mano segue i personaggi nelle loro passeggiate, negli arrivi o nelle partenze, senza paura di sbavature o movimenti indesiderati, stando loro, talvolta, così addosso da aver l'impressione, almeno inizialmente, di poterli comodamente spiare, ascoltandone di nascosto le conversazioni intime e sussurrate come a soddisfare un'innocente e hitchcockiana necessità voyeuristica.
Due personaggi che lo spettatore, dunque, almeno inizialmente percepisce come estranei, ancor più durante il quasi-piano sequenza di loro di spalle che camminano e parlano senza mai rivolgersi a favore di camera, ma ai quali gradualmente si avvicina cominciando a provare profonda empatia.
Senza dubbio ammirevole l'improvvisazione quasi totale dei dialoghi, la cui forza drammatica non indifferente, espressa da silenzi e turbamenti che non necessitano mai di troppe parole, ben presto si fa largo a discapito di una spensieratezza che chi guarda continua a sognare per i suoi due protagonisti, fino al poetico epilogo d'amore tanto aperto quanto intriso di dolorosa speranza.

Come a voler dichiarare una consapevolezza d'autore, il montaggio brusco dell'incipit ricorda i tagli alla Lars von Trier di Dogville, percepibili e significativi nella loro grande potenza narrativa.
Uno stile piacevolmente sporco accentua l'intimità di una storia per immagini simile ad un filmato amatoriale, come fossero i protagonisti stessi a riprendere la nascita del proprio amore e documentarne le tappe più tenere. Una scelta registica che punta alla semplicità e alla spontaneità senza però scadere nell'approssimazione tecnica: un gioiellino low budget curato, dunque, girato in digitale (con la famosa Canon EOS 7D) e volutamente naif che investe tutto il suo potenziale nel sentimento.
La soundtrack quasi assente, provoca un disorientamento sonoro straniante, mentre dalla metà del film si inizia a godere d'un accompagnamento musicale che scivola sotto le immagini senza invadenza, ponendo fine a quell'effetto singolare di silenzio iperreale quasi assordante che sa troppo di verità.
Nel complesso, un amorevole film che parte con uno stile ben determinato per trasformarsi, evolversi e maturare insieme ai suoi personaggi sia narrativamente che tecnicamente.