domenica 2 giugno 2013

Everything is Illuminated

Un film di Liev Schreiber con Elijah Wood, Eugene Hüz. USA, 2005

E' l'opera prima (e ad oggi ancora ultima) del regista e attore americano Schreiber: trasposizione cinematografica dell'omonimo libro, è stata presentata con successo a Venezia, vincendo i premi Lanterna magica e Biografilm.

Elijah Wood interpreta lo scrittore Jonathan Safran Foer che dall'America intraprende un viaggio attraverso le sconfinate vallate dell'Ucraina alla ricerca delle proprie radici e di ricordi che gli parlino dell'amato nonno.
Un road movie a capitoli che vede i tre protagonisti andare alla ricerca del proprio passato ormai lontano ma ancora fin troppo presente, tra riflessioni politico-religiose, rivelazioni e vere e proprie illuminazioni.

Temi fondanti della ricerca, anti-semitismo, distruzione nazista, del ricordo e della convivenza tra diversi (protagonisti agli estremi: l'ebreo, l'anti-semita e il nipote nel mezzo) portano al grande tema finale che è quello della redenzione dei cattivi, la riappacificazione con se stessi dei buoni.

Un film più scuro di quanto ci si possa aspettare: somiglia poco ai consueti ridenti film firmati dai produttori Turtletuaub-Saraf (Little Miss Sunshine e oltre) che in sé contengono anche molto dramma ma quasi sempre esorcizzato da una brillantezza speciale che qui si ritrova, in misura molto modesta, solo nell'incipit, durante la scena del ristorante, quando Jonathan racconta di essere vegetariano, smorzando così, piacevolmente e con toni scanzonati, la tensione d'inizio film.
Poca commedia e poca brillante irriverenza, dunque, rendono il film a tratti noioso: visionato in italiano (tragedia), risulta altresì incomprensibile poiché, in seguito a discutibili scelte di doppiaggio, il recitato in russo (o ucraino) non è stato tradotto né sottotitolato. Ovvero almeno la metà del film. Perché mai?

Dei film targati Big Beach rimangono l'essenza del road movie, la presenza di tre personaggi bizzarri che pur non avendo nulla in comune si ritrovano coinvolti in un'avventura collettiva e i paesaggi ucraini scorrevoli dietro i finestrini di un'auto azzurro pastello tanto malandata quanto affascinante e pregna di storia e leggenda.
Un tiepido esordio alla regia che però segnala una certa consapevolezza estetica, un evidente stile personale fatto di inquadrature strette ed attenzione per i dettagli: oggetti, collezioni, particolare e frammenti vengono esaltati all'interno della narrazione, come nei migliori film di Wes Anderson, senza indugiarvi con ridondanza.

Elijah Wood, precisino perfetto in ruoli goffi, da occhiali nerd e completi impeccabili, è in estrema antitesi con Alex, interpretato dal bravo Eugene Hüz, attore americano d'origine sovietiche malamente doppiato, membro, tra le altre cose della gypsy band Gogol Bordello, il cui resto dei componenti compare alla stazione nei panni della banda musicale d'accoglienza per Jonathan. Colonna sonora ottima protagonista.

Ho riflettuto molto sulla nostra rigida ricerca, mi ha dimostrato come ogni cosa sia illuminata dalla luce del passato… dall'interno guarda l'esterno, come dici tu alla rovescia… in questo modo io sarò sempre lungo il fianco della tua vita e tu sarai sempre lungo il fianco della mia vita.”


L'illuminazione a cui si aspira, quella dello spirito, diventa brillio estatico nella scena dei girasoli: uno sconfinato campo aranciato divide la strada dalla casa delle rivelazioni e va attraversato con speranza, consapevoli del fatto che, ancora una volta, l'importante non si rivela la meta, bensì il viaggio intrapreso per raggiungerla.