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venerdì 23 agosto 2013

Picasso Baby

Jay-Z, GIRLS e Marina Abramovic. Quando quello che vedi non è un video musicale.


Uno spazio bianco, gallery off white senza tempo, per un'esibizione video artistica a stretto contatto con un pubblico più o meno conosciuto.
A metà tra il documentario e la performance, Jay-Z canta la seconda traccia del suo ultimo album, interagendo con altri esponenti di una New York ultra contemporanea in fermento culturale.
Sotto le sue note sfilano, ballano, si siedono e diventano frammenti d'arte in sé Judd Apatow (This is 40), Adam Driver (Girls), Alan Cumming (Any Day Now), Jim Jarmusch (Broken Flowers), Jemima Kirke (Girls) e un gran numero di altri artisti, ballerini, performers radicati nel panorama newyorkese più o meno indipendente. In tale contesto, tutti agiscono e creano, ognuno offrendo il proprio apporto artistico, in un trionfo vitale di stimoli intellettuali animato dalla grande regina che su di sé richiama l'attenzione, Marina Abramovic, con le sue incursioni fisiche negli spazi dell'anima.

Il piccolo film, diretto da Mark Romanek, filmmaker e video artist già noto per collaborazioni musicali di tutto rispetto, è stato girato il 10 luglio 2013 a NY e ha reso la Pace Gallery un luogo ormai leggendario per aver accolto in sé cotanta bellezza, sinonimo di cooperazione, arte partecipata e spirito collettivo.
Un video degno dei nomi che il testo custodisce in sé, nonostante esso (il testo) non si affatichi per distinguersi con altrettanto successo.
L'asetticità tipica di una show room è scaldata da tante personalità indipendenti ma al contempo essenziali, che come in un rito magico, senza un apparente ordine cosmico, diventano parte del tutto.

Voi lo avete visto? Come vi sembra?

Picasso Lady: An off white timeless gallery. For one day, the location has become the stage for a performance video art in close contact with its audience.
Halfway between documentary and performance, Jay-Z sings the second track of his latest album, interacting with other members of a great and ultra contemporary New York.
Under his notes parade, everyone dance, sit down and become fragments of art in itself: Judd Apatow (This Is 40), Adam Driver (Girls), Alan Cumming (Any Day Now), Jim Jarmusch (Broken Flowers), Jemima Kirke (Girls) and a large number of other artists, dancers, performers from New York. Lovely scene queen: Marina Abramovic.
The short film, directed by Mark Romanek, filmmaker and video artist already known for some great musical collaborations, was shot July 10, 2013 in New York and made the Pace Gallery, a legendary place.








sabato 4 maggio 2013

GIRLS: waiting for season #3


Pensavo a questo post da settimane ed ho sempre rimandato per prendermi il giusto tempo, farmi una bella maratona e parlarne avendone una splendida visione d'insieme. GIRLS


Protagonisti i nuovi disoccupati d'America, gli slackers dalle molte velleità artistiche e dai pochi spiccioli nelle tasche; ed è forse il piglio ultra contemporaneo della serie in sé che l'ha resa specchio fedele di una generazione audace che non ha paura di affrontare i propri disagi con onestà, fuori dagli schemi e dai tabù, anche e soprattutto sessuali.

Parola d'ordine “rivoluzione”: in un ambiente ancora troppo maschilista come il cinema, le donne, che pur nel panorama indipendente non mancano, riescono ad affermarsi realmente solo quando dimostrano di essere delle vere rivoluzionarie e Lena Dunham (insieme al suo personaggio) sembra proprio rientrare tra le giovani registe indie più giovani e coraggiose degli ultimi tempi. Determinata, ironica e sempre sul pezzo, si è imposta in un genere che si è letteralmente cucita addosso, sperimentando (vera parola chiave della sua carriera) tra cortometraggi, web series, film e serie tv.

La prima stagione di Girls inizia subito affrontando il problema globale di crisi economica da cui siamo afflitti: i genitori della protagonista, interpretata da Lena Dunham, smetteranno di mantenerla. Ventiquattrenne irriverente e cinica sognatrice, Hannah, precipita, dunque, in un inarrestabile sconforto: incredula e convinta di poter veramente essere la voce della sua generazione, comincia a fantasticare temendo di ritrovarsi a lavorare, pur avendo una laurea, dietro ad un assai poco creativo bancone di McDonald riducendosi teatralmente ed eroicamente a morire sola, come Flaubert, in una polverosa soffitta bohemién. Resiste solo grazie all'ingenua ironia con cui spesso si ritrova a dover spiegare battute taglienti fatte a sproposito, perlopiù fatte in presenza di persone sbagliate nonché nei momenti meno adatti come fosse un goffo fumetto di Woody Allen incompreso ed umiliato.

Cosa si prova ad essere amate così tanto?” chiede sognante all'apprensiva Marnie. Quest'ultima, stanca di un ragazzo troppo perfetto ed innamorato, si lamenta con Hannah che per contro ha un cruccio personale a proposito d'amore ben più doloroso e pratica, a tempo perso, sesso volgare con colui che, anche nella vita reale, sta letteralmente incantando il pubblico femminile d'America: il disinteressato e semi-nudo Adam (per approfondire vai all'articolo di Grazia.it che ha ispirato il post: Adam Driver: è davvero il più sexy della tv?).
Sfaccendato e sedicente attore senza maglietta, Adam rappresenta uno dei personaggi migliori: è l'innamorato della protagonista e sulle sue spalle graveranno tutte le più bieche colpe se mai dovesse veramente ferirla più di quanto già non faccia lei stessa continuando a cercarlo senza un riscontro realmente edificante.

Tematiche attuali vengono affrontate con intelligente leggerezza e senza una grave demagogia che altrimenti farebbe perdere all'intera serie l'aria sbarazzina ed al contempo amara che la contraddistingue.
Con veri occhi contemporanei si allude, infatti, ad argomenti caldi quali il quasi aborto dell'amica hippie e viaggiatrice Jessa, libertina amante di mondo offesa dagli stereotipi sulle donne raccontate dalla paraletteratura moderna, o la verginità di Shoshanna, insicura ventiduenne impaurita e curiosa che fin dal principio confessa alle amiche il suo intimo segreto non senza l'imbarazzo del pregiudizio.
Questo è solo l'inizio di una stagione assolutamente ben riuscita, tematicamente e tecnicamente completa, senza sbavature, in un crescendo registico culminante nelle ultime puntate, vero fiore all'occhiello, ancor più intense e romantiche.
Lo stesso, per contro, non si potrebbe affermare a proposito della seconda stagione: iniziata sottotono e con lo stravolgimento di una delle storie principali, riesce a resuscitare verso la metà nonché sul suo finire in un percorso quasi guidato dalla regista sessa in cui, dalla piattezza delle prime puntate investite da una stasi narrativa straniante, si giunge al finale spettacolare che da solo varrebbe l'intera stagione.
Un climax fantastico da cui lo spettatore, non essendo preparato, rimane piacevolmente spiazzato, riponendo fiducia e speranza in una terza stagione (attualmente in produzione) più che brillante ed all'altezza dell'estetica indipendente e mumblecore fino ad ora dimostrata con gran talento.