mercoledì 20 febbraio 2013

MOONRISE KINGDOM


Hitchcock diceva che al mondo sono solo cinque o sei le storie che registi ed artisti possono raccontare attraverso le loro opere. 
Una di queste, senza dubbio alcuno, è quella che parla d’amore, ché, suonerà anche retorico ma, si sa, è tutto quello che conta veramente. O almeno la pensano così i due piccoli protagonisti rivoluzionari di Moonrise Kingdom, la favola romantica scritta a quattro mani da Wes Anderson col figlio e fratello d’arte d’America Roman Coppola, che ha aperto l’ultimo Cannes e si avvia dritta verso l’Oscar tra i colori sgargianti di un’ambientazione pop anni sessanta virata al giallo limone-canarino ed arredamenti d’epoca da collezione. Sembra essere affezionato, Wes Anderson, agli anni della controcultura per eccellenza, affascinanti ed accoglienti, che ha ritratto con originale maestria scenografica anche nei capolavori indimenticati de “I Tenenbaum” e “Il treno per Darjeeling”  anch’essi fucine di personaggi bizzarri dalle battute irriverenti e cinicamente divertenti.
Oggi, il regista texano ci regala le suggestioni di una storia d’amore tenera ma allo stesso tempo precocemente matura, quella di due dodicenni che decidono di scappare insieme e fuggire dalla solitudine di un mondo in cui c’è spazio solo per la triste mediocrità di chi si attiene alle regole o  è annoiato persino da se stesso.
Dunque si parte: gatto in tasca, calze al ginocchio e scarpe della domenica, inizia il viaggio dei fidanzatini verso nuovi lidi sereni tra una tavola per due romanticamente apparecchiata sugli scogli ed un giradischi che li fa ballare. E’ così, sotto le note di canzoni francesi che parlano di loro, che Sam e Suzy scoprono baci umidi di nuova emozione e si leggono a vicenda, prima di addormentarsi abbracciati, favole magiche e misteriose, come artisti d’epoca innamorati che si dedicano canzoni con parole d’amore: critica feroce alla vuotaggine moderna dell’umanità, questa, così infinitamente libera da essersi ormai ridotta, come ha detto qualcuno, ad uno sterile mutismo davanti ad un microfono acceso.
E’ attraverso un binocolo sempre a portata di mano che Suzy scopre il mondo intorno a sé decidendo di non gradirlo affatto, e lo si intuisce già dalle prime suggestive sequenze del film in cui carrellate che lasciano senza fiato mostrano la casa di bambola in cui vive, adornata e ricca di particolari studiati con perizia ed aderenti ad una visione estetica tipica dell’occhio di Anderson, la cui poetica si potrebbe definire “del dettaglio perfetto”.
Ogni quadro è composto secondo un equilibrio speciale che dona alla vista un’armonia difficile da ritrovare altrove, accompagnata, per di più, da una colonna sonora che, come sempre, vanta una ricerca attenta e, è il caso di dirlo, più felice che mai.
Anche oggi si è finito per parlare d’amore: sarà anche vero che le trame da raccontare sono solo cinque o sei in tutto ma fino ad ora, con seri dubbi al riguardo, rimango stupita di cotanto amore fluttuante nelle sale, anche se, con tutta probabilità, questa tendenza sarà da imputare a nient’altro che solo un periodo cinematografico felicemente fortunato.

Recensione già pubblicata su http://inchiostro.unipv.it/?p=9676