martedì 29 novembre 2016

Ecco perché Gilmore Girls è da vedere


A poche ore dall'uscita della nuova mini-stagione"reunion" di Una mamma per amica, il popolo di internet insorge.


"Una noia mortale, Rory è completamente impazzita! 
E perché Dean lo si vede solo per tre secondi? 
Gli sceneggiatori non c'avevano voglia, il set fa schifo".

E invece ti spiego perché tutte queste argomentazioni mi sembrano ridicole.

EVOLUZIONE. La serie si è evoluta e ad oggi è un prodotto sul pezzo: si parla ormai di Twitter,  Facebook e addirittura Marie Kondo!
Siamo cambiati noi che dieci anni fa eravamo adoescenti dal brufolo facile, e sono, grazie a Dio, cambiati i personaggi.
Per fortuna Rory non è più la perfettina che un tempo ci piaceva tanto, è una donna che ha relazioni, viaggia, ed è in un momento delicato della sua vita in cui le sembra che niente vada come dovrebbe. 
Perché la vita va così e nessuno regala niente a nessuno, neanche a Rory Gilmore.  
Vogliamo concederle un momento  di confusione? Possiamo rispettare scelte diverse da quelle della santarellina repressa che si gingillava in noi quando a 15 anni sognavamo di essere lei? 
Daje tutta. Ce la possiamo fare. 
A 15 anni eravate le stesse di oggi che di anni ne avete 30? Mi auguro di no.

CONTEMPORANEITÀ. Oggi la serie parla di noi e del nostro tempo molto più sinceramente.  Evviva. Si parla di trentenni che lavorano troppo o troppo poco, di amicizie un po' meno affettate di quelle che venivano raccontate nelle prime stagioni e di rapporti madre-figlia un po' più sani. 

Mi è  sembrato un racconto tutto sommato coerente e verosimile, esteticamente carino, scritto bene e "nostalgicamente" attuale.

Che poi diciamolo, Dean è sempre stato più muffo di un carciofo.

martedì 21 giugno 2016

Lolo | La commedia sofisticata di Julie Delpy




Donne quarantenni: single in vacanza, manager in città. E quando la conquista del weekend diventa qualcosa di più? Guardate LOLO!


Siamo in un film di e con Julie Delpy (Violette), certo sempre gradevole grazie alla sua presenza e al suo tocco riconoscibile, ma comunque un po’ stiracchiato. 
Un omaggio alla commedia sofisticata degli anni 30-40. 


La cosiddetta commedia degli equivoci, arricchita di gag, citazioni (un occhiolino alla cinematografia nostrana e a The dreamers di Bertolucci) e vecchie musiche da film. 


E di sophisticated comedy qui ce n’è parecchia: ci sono gli esponenti della borghesia, ci sono le differenze tra diverse classi sociali, ci sono dialoghi brillanti (la specialità della Delpy, con battute che richiamano l’umorismo Alleniano) e infine le continue gag che in questo caso purtroppo diventano addirittura eccessive. 


I tre personaggi principali sono molto forti a discapito dei secondari, nonostante sia proprio uno di questi ultimi ad avere il ruolo di deus ex machina, di potenza salvifica che tutto arrangia e tutto svela, anche quell’arcano che la Delpy tira un po’ troppo per le lunghe. 


Stile vintage e tono contemporaneo per ciò che concerne dialoghi e tematiche, tra le quali figurano il complesso di Edipo, il bullismo, l’happening artistico e il topos della donna quarantenne artistoide, nevrotica e irrimediabilmente single, da sempre riproposto con successo dall'autrice.



Per chi si diverte a trovare riferimenti cinematografici e culturali nei film (così come ovunque)...altra citazione nella locandina/titolo.

Se stai pensando alla Lolita di Kubrick non sei per niente fuori tema ;)



Approfondisci la carriera di Julie Delpy QUI e QUI

domenica 1 maggio 2016

Ritals | La web serie che racconta due italiani a Parigi


Due italiani a Parigi: due Ritals, direbbero i francesi (in modo scherzoso eeeh!).

Oggi RITALS è anche una web serie made in Paris, girata da quattro italiani espatriati che, tra risate e dialoghi brillanti, incarnano e giocano con gli stereotipi dei nostri tempi.

Come ci vedono i francesi? Com’è la vera a vita a Parigi per un expat? Quali sono quelle piccole situazioni quotidiane un po’ surreali che capitano quando si vive in un altro paese?

Una serie molto ironica e vera che fa incontrare/scontrare la simpatia “romanaccia” del tipico italiano all’estero con quello charme francese che ti conquista fin dal primo episodio. Risate assicurate!

Rigorosamente da vedere con amici parigini al seguito ;)

(Sottotitoli in francese!)


LINK YOUTUBE: RITALS la web serie

lunedì 28 marzo 2016

L'Amore Corto | Una piccola storia a New York


Dimmi che hai voglia di un corto brillante, di una commedia romantica italiana a New York, di una bella riflessione contemporanea sull’amore, e ti dirò cosa guardare!

Non perderti L’AMORE CORTO, scritto e diretto da Valentina Vincenzini, giovane regista italiana partita oltreoceano per regalarci uno spaccato reale e contemporaneo sulla vita e il cinema di oggi.
Una bella metafora cinefila, divertente ed acuta sull’amore dei nostri giorni:  sempre troppo corto, troppo social e senza soldi per l’attrezzatura.

E siccome siamo bravi con le metafore, L’AMORE CORTO  per me è stato come innamorarsi durante una vacanza a Parigi: un amore low budget -  io prenoto, se lo perdo non importa - ma SURPRISE!, eccolo sul tuo stesso volo di ritorno!  All’inizio hai paura che sia un corto come tanti, mal recitato e traballante, ma poi lo guardi, gli sorridi e ti lasci sedurre.

Un bel corto indipendente che ha girato i festival di mezzo mondo e forse più, e che ha fatto incontrare il Belpaese e la Grande Mela con ironia, charme e originalità. Un’idea geniale!

Da non perdere se anche voi sognate almeno un dolly nella vostra vita ;-)


Guarda il corto QUI 
Pagina Facebook L'AMORE CORTO

mercoledì 24 febbraio 2016

Me and Earl and The Dying Girl | Quel fantastico peggior anno della mia vita


Sei frequenti questo blog conosci il genere di film che recensisco, c’è chi dice che sono praticamente tutti uguali, io dico di no, anche se spesso si somigliano. Se frequenti questo blog spero che sia perché questi film praticamente tutti uguali ti piacciono e in tal caso: questo post non ti deluderà.

Se cerchi un nuovo film un po’ indie, un po’ color pastello, un po’ cinefilo, romantico e cinico allo stesso tempo, divertente nonostante tutto, simile ad alcuni bei film che hai già visto, con quell’atmosfera lì che non sai molto descrivere: un film che sembrerebbe d’autore, in ogni modo girato bene, con quella bella luce che ti piace tanto… sei nel posto giusto.


Quel fantastico peggior anno della mia vita è la seconda regia del texano Alfonso Gomez-Rejon (e sì, uno che ha collaborato con Iñárritu o Scorsese, i film li gira bene) ed è il vincitore del Premio della Giuria e del Pubblico al Sundance 2015.

Greg ci racconta in voce off il suo ultimo anno di liceo, tra stranezze, passioni ed una vita che vorrebbe il più solitaria possibile, se solo la madre invadente e rompipalle non lo obbligasse a frequentare una compagna malata di leucemia. Una piccola storia di formazione sulla paura, l’amicizia, la creatività e la passione per il cinema.

Non è uno di quegli odiosi cancer-movies strappalacrime che non si sa ancora a chi possano veramente piacere: è una bella dramedy (dramatic comedy) che fa sorridere, fa tornare un po’ adolescenti (adolescenti intelligenti voglio dire) e fa riflettere.
Una regia frizzante ed un ritmo dinamico ne fanno un'opera leggera nonostante le tematiche.

Se ti piacciono lo stile di Restless, le tribù scolastiche di Juno, i toni pastello dei film di Anderson e il protagonista di Un giorno questo dolore ti sarà utile, goditi un buon momento davanti a questo film piacevole che soddisfa l’occhio e magari ti stupisce. 

lunedì 15 febbraio 2016

Il cinema che ti aspetti nel 2016 | NEWS



G I R L S

Il 21 febbraio andrà in onda la prima puntata della nuova serie di GIRLS. Nuove avventure per le quattro amiche di New York nate dalla penna di Lena Dunham

Ed è proprio l’autrice, regista ed interprete della serie, ad aver dichiarato ad inizio anno che dopo la sesta stagione (in onda nel 2017), la serie chiuderà. 

Si chiude una porta e sia apre un portone poiché la stessa Dunham probabilmente dirigerà Max, una nuova serie per HBO sul femminismo Degli anni ’60 ed interpretata da Zoe Kazan. 

J A S O N  R E I T M A N  

Già regista di Juno e Young Adult, il giovane canadese Reitman, si apre al mondo delle serie tv. Lo ha fatto l’anno scorso dirigendo Casual, serie andata in onda in America a fine 2015, e si prepara per girare la seconda stagione confermata grazie al buon riscontro ottenuto (i primi due episodi erano stati presentati al Toronto Film Festival). Si tratta della storia delle avventure di una donna single che si ritrova a vivere con fratello e figlia sotto lo stesso tetto. Arriverà in Italia? 


G R E T A  G E R W I G

La bella musa di Baumbach debutta alla regia con il film Lady Bird e lo aspettiamo quasi quanto un nuovo film in cui ci sia lei come attrice, perché in questo suo debutto probabilmente non comparirà, ma seguirà da vicino le vicende (autobiografiche?) di una giovane donna che dopo aver deciso di lasciare Sacramento, racconterà il suo ultimo anno passato in città.


J U L I E  D E L P Y 

Los Angeles. L’attrice affiancherà J. K. Simmons nella commedia The Bachelors diretta da Kurt Voelker. La storia sarà quella di un uomo vedovo alle prese nel ricostruirsi una vita sociale, sentimentale, lavorativa…



domenica 3 gennaio 2016

Irrational Man

 Photo: Entertainment One


L'annata cinematografica di My Blueberry Movie ricomincia sotto una buona stella, grazie al consueto rendez-vous di fine anno con Woody Allen. Quanto ci erano mancati quei titoli in Windsor che se ne stanno lì, bianchi su nero, prima dell'inizio di un suo film?
Woody gioca in casa, ambientando la sua nuova fatica nel campus universitario di una cittadina tranquilla, che però saprà riservare qualche sorpresa. 

Joaquin  Phoenix e Emma Stone sono i protagonisti di questa commedia intellettuale, dal ritmo sorprendentemente brillante, che inizia romantica per poi trasformarsi senza preavviso, come da titolo, in una black comedy piacevolmente studiata.  

Phoenix, da ninfomane alcolista in The Master prima, ad anima romanticamente inquieta in Her poi, passa con abile disinvoltura da un ruolo all'altro, fino a calarsi, per il maestro Allen, nei panni di un professore di filosofia dalla fiaschetta facile, appesantito da uno stile di vita poco appassionante e corteggiato da una studentessa tanto ingenua quanto smaliziata. 

Ed è tra un caffè e l'altro che, nel ridente Stato del Rhode Island, un filosofo solitario con un debole per lo scotch si vede rifiorire, diventando il buon motore di una storia dedicata ad uno dei temi in assoluto più cari a Woody Allen: il caso. 

E non è un caso, giustamente, se tra un cliché Alleniano e l'altro, ritornano anche vecchi scenari che più che una noiosa ripetizione, si direbbero quasi nostalgici: c'è il noir di Match Point, c'è la leggerezza di Scoop, il romanticismo di Manhattan... insomma, non sarà il capolavoro dell'anno, ma un appassionato del cinema di Woody Allen non dovrebbe perderselo!

Chi di voi lo ha già visto?

giovedì 3 dicembre 2015

11 donne a Parigi - Sous les jupes des filles




In uscita nelle sale italiane, 11 donne a Parigi è una commedia francese a dir poco folgorante. 
La stampa transalpina l’avrà mal presa, ma questo debutto alla regia dell’attrice Audrey Dana è innegabilmente divertente, talvolta al limite del trash (chic ovviamente, siamo a Parigi) ma veramente spassoso.

11 donne a Parigi: undici donne uguali e diverse, nevrotiche e piacevolmente imperfette le cui storie, senza cadere eccessivamente nello stereotipo, si attorcigliano senza nodi, senza intoppi.

Tra i tanti nomi, si citano Vanessa Paradis nei panni di una capa un po’ sclerotica, acidella e irrimediabilmente sola, Laetita Casta nei panni di una donna affetta da “emotività intestinale” e Alice Taglioni già vista in Paris-Manhattan di Sophie Lellouche. 

Un esercito di femmine vere, reali e spesso sconvenienti, ma pronte a reagire ed investire lo spettatore con una simpatia un po’ sguaiata e uno humour  francese brillantemente spudorato.

Il ritmo è incalzante, Parigi balla in punta di piedi, e i più romantici saranno accontentati: amore, lacrime, bollicine e arcobaleni anche quando non piove!

sabato 28 novembre 2015

Mistress America


Greta Gerwig (qui anche co-sceneggiatrice) torna ad essere diretta da Noah Baumbach che, dopo 
While we’re young, torna a parlare del tempo che passa, di relazioni e di una New York intellettuale sempre in movimento. Gli ingredienti funzionano, la ricetta non si cambia.

Ma Baumbach cresce mentre i suoi personaggi tornano sempre più adolescenti, in preda all’isteria, all’emotività e a sogni impossibili che nel migliore dei casi si realizzano male.  

Si parla ancora di anti-eroi contemporanei, un po' inetti ma come sempre adorabili, in salsa agrodolce ovviamente: Frances Ha vi ricorda qualcosa?

Il personaggio della Gerwig, Brooke, ricorda un po’ la Mavis di Young Adult, una giovane donna irrisolta, dallo charme certamente poetico e perché no?, non poco comico, alla ricerca di un riscatto sociale, professionale, emotivo.

Lola Kirke (sorella di Gemima, la hippie ribelle di GIRLS) è quell’adolescente aspirante scrittrice quasi uscita da un episodio di Una mamma per amica, che sogna il college, ma che una volta conquistata la stanzetta della residenza universitaria, conosce il disincanto e vola alla scoperta delle luci di Manhattan.

Tra una citazione di Shakespeare ed un concerto new-metal, due piccole storie (ottimamente vestite e ben arredate) si incrociano e danno vita ad un simpatico ritratto generazionale, ovviamente sempre un po’ chiacchierone, con molti vinti e nessun vincitore, come da vera tradizione Baumbachiana.

Il ritmo è ben gestito in questa commedia delle donne presentata allo scorso Sundance Film Festival: il regista omaggia ancora una volta l’universo femminile fatto da donne indipendenti (“Avresti potuto sposare un ricco come me, invece hai scelto la libertà”) ed intelligenti (“Voglio una ragazza da amare, non da dover eguagliare”) che rivelano inconsciamente le grandi debolezze dell’uomo contemporaneo.

Un film creativo ed intelligente che affascina grazie alla sua sobria leggerezza.

E voi, l'avete visto?

martedì 22 settembre 2015

Come girare un film indipendente



Son più di due anni che su questo blog si parla di cinema indipendente, e tra i differenti sottogeneri, il MUMBLECORE è uno di quelli più presenti, da cui mi sono lasciata affascinare senza riserve.

Oggi, per chi lo sta ancora  scoprendo, o per chi si è da poco unito alla nostra community, ecco un piccolo vademecum, per capire, girare, o riconoscere un vero film MUMBLECORE!

Il Mumblecore è un genere cinematografico nato in America una quindicina d’anni fa, per rappresentare tutti quei film indipendenti che venivano realizzati da un determinato tipo di artisti, e con caratteristiche spesso simili. E allora, quali sono le peculiarità di un film MUMBLECORE?

- Si tratta di film a basso budget, spesso bassissimo, girati con troupe ridotta, spesso ridottissima.

- Gli attori non sono necessariamente dei professionisti, nei casi più estremi sono addirittura familiari del regista o dei collaboratori, che sullo schermo rappresentano loro stessi.

-Tecnicamente, soprattutto i film più indipendenti, sono realizzati con materiale non professionale. Esterni suggestivi e illuminazione naturale sono gli ingredienti base: un tocco di color correction e la resa è assicurata! Lo stile è sempre un po’ romantico.

- I protagonisti sono spesso giovani trentenni alle prese con lavori precari e problemi di cuore. Hipster e intellettuali arruffati in contesti urbani cool, artistici e ispiranti. 

- Sceneggiature graffianti, dialoghi ben scritti, guerra a tabù e conformismo.

- Cinema indie 2.0 : i social networks, la rete, le apps e qualsivoglia oggetto tecnologico entra in scena, sul set e fuori dal set. Internet diventa una delle risorse principali per i nuovi videomakers, e per i protagonisti di questi nuovi film, piccole storie di vita vera, in digitale.

Hai dei suggerimenti e vuoi arricchire questa lista?


Lascia un commento 

giovedì 30 luglio 2015

While We're Young

 Pronti per una nuova e bella commedia firmata Noah Baumbach? 
Non sarà di certo necessario che vi ricordi chi si cela dietro questo nome non ancora abbastanza conosciuto ;)

Ok...un piccolo riassunto per chi ancora non conosce Noah Baumbach:
parliamo del regista di Frances Ha e di Greenberg, due film che tanto ci erano piaciuti, dello sceneggiatore di alcuni film di Wes Anderson, e del compagno di vita della stupenda Greta Gerwig...

While we're young è una simpatica storia che prende la crisi dei 40, la moda hipster degli ultimi tempi, l'intellettualismo alla Woody Allen, e li shakera alla ricerca del cocktail perfetto, dolce ma non troppo, fresco ma con una nota sempre un po' sofisticata e perché no amara.
 
Siamo a New York, e una coppia di quarantenni un po' disillusi incontra una coppia più giovane dalla quale proveranno a trarre nuova linfa vitale. Adam Driver incarna un giovane documentarista in erba dalle idee folli e brillanti, hipster 100% certificato, che darà del filo da torcere al personaggio impersonificato da Ben Stiller, regista ormai in crisi creativa.

Una commedia che celebra le nuove tecnologie, ma al contempo le critica, che celebra la nuova moda hipster, ma in un certo senso la condanna, che mostra il vuoto di una certa generazione di quarantenni del giorno d'oggi, per i quali alla fine però mostra comprensione: Noah Baumbach non vuole prendere parte al dibattito, o allora vuole lasciare allo spettatore l'ultima parola...
C'è ancora un po' di speranza per i nostri quattro personaggi, un po' folli, un po' ribelli, divertenti e spesso un po' troppo ingenui? 

Amore e odio tra due generazioni, nostalgia del passato, e incroci pericolosamente imperfetti alla ricerca di un futuro migliore.
In fondo si parla di gioventù...non bruciata, ma leggermente affumicata dal tempo che passa, dalle cose che non cambiano colore, dalla vita in generale che a volte sembra troppo uguale a se stessa.

sabato 2 maggio 2015

Tokyo Fiancée


Quando Il favoloso mondo di Amélie incontra Lost in translation” hanno scritto.

E infatti c’è un po’ della Tokyo romantica descritta nel film di Sofia Coppola, e c’è una giovane ragazza un po’ strana alla ricerca di se stessa, il tutto rivisitato in chiave “Nothomb”.

Nasce dal libro Né di Eva né di Adamo questo film diretto da Stefan Liberski che potrebbe dirsi quasi complementare a Stupeurs et Tremblements, poiché in entrambi si racconta la vita di Amélie tornata in Giappone per un po’ alla ricerca delle sue origini: nel primo si racconta la storia d’amore tra la protagonista e Rinri, nel secondo le tragiche avventure della stessa eroina nell’azienda giapponese per cui comincia a lavorare.  E nonostante tale relazione tra i due libri e i due film sia profondamente stretta, lo stesso Giappone non si sarebbe potuto raccontare in due modi così differenti.  

In Tokyo fiancée ci sono i colori, l’accoglienza e la poesia della cultura giapponese che incontra quella francofona formando un dolce connubio intimo che solo alla fine, e senza il pathos tragico occidentale, lascia quell’amaro in bocca che comunque conserva un po’ di speranza.


Pauline Etienne dà un carattere straordinario alla protagonista Amélie, quasi fosse uscita da un cartone animato, con uno stile sbarazzino ed originale, colori sgargianti ed una mimica facciale molto espressiva e divertente. Lo stile garçon, sensuale e un po’ infantile del personaggio rievoca grandi icone della Nouvelle vague, e il vagabondare per la città, gli amori un po’ folli e impossibili, fanno riemergere immagini da cinema francese ancora ben impresse nella memoria. Oriente e Occidente, l’uno nelle braccia dell’altro si cercano, si perdono…in un vortice amoroso di belle scoperte e nuovi orizzonti da immaginare.

domenica 1 marzo 2015

Birdman


Di cosa parliamo quando parliamo d’amore? Birdman è una bella dichiarazione d’amore per il cinema, il teatro e la bella letteratura silenziosa di Carver, che richiama le atmosfere americane, di provincia o cittadine di alcune case un po’ sfatte, di quelle sere brille in cui seduti sulla panchina dell’atrio di casa si ascoltano la periferia, la solitudine e i dolori nei rumori di piatti provenienti da lontano.
Una star del cinema ormai in decadenza cerca il grande riscatto, il Birdman di un tempo continua ad ossessionare  Riggan (Michael Keaton) ma è il momento di reagire nonostante i demoni del passato.

Il teatro nel film, una perfetta “mise en abyme”, un gioco tra differenti realtà che si sovrappongono e si intrecciano senza sosta.  Un passo a due tra finzione e verità, realismo ed effetti speciali, Carver e Birdman, il metodo Stanislavskij e la recitazione tradizionale, il personaggio di Edward Norton che ad un certo punto dice “Scopiamo per davvero” perché sul palco le emozioni devono essere vere, e Michael Keaton che entra in scena dalla platea simulando una pistola con le dita… Reale (nonostante la grande battaglia di Carver contro chi lo chiamava “realista”) e surreale si fondono, antieroi e supereroi si scontrano e l’incantesimo è fatto.

Un film esteticamente impeccabile, dalle luci soffuse, che solo un miracolo cinematografico ha potuto rendere così perfette, miracolo che il film, tecnicamente, si propone di essere: la grande ambizione di creare un piano-sequenza di due ore (ovviamente “finto”) è estremamente ammirabile e riuscita. La camera danza senza sosta, fluida e addosso ai personaggi, con movimenti studiati con precisione millimetrica.

Un lungo piano sequenza che ci rimanda immediatamente, agli otto piani sequenza di Nodo alla gola di Hitchcock, che ritorna iconograficamente anche nella locandina in cui un personaggio con un uccello in testa ci riporta spaventosamente a quel capolavoro de Gli uccelli in cui l’uomo viene tragicamente messo in gabbia, così come il personaggio di Michael Keaton è messo in gabbia dal suo doppio-Birdman, e forse da se stesso.

L’utilizzo sapiente dell’accompagnamento musicale è un altro punto a favore di questo film così denso di storie, espedienti tecnici invisibili e metafore: una batteria jazz commenta il film in ogni scena essenziale e ne dona il ritmo talvolta angosciante. Senza dimenticare l’umorismo: la sceneggiatura è un capolavoro di ritmi e battute ben amalgamate tra loro, divertenti e graffianti.


La metafora del volo domina l’intero film ed è la protagonista di alcune scene sulle quali si posa un velo così magico che  il paradosso cinematografico è pronto, Inarritu colpisce ancora.  C’è Hitchcock, dunque , ma parlando di citazioni, c’è anche Fellini (la scena finale del volo richiama l’inizio di 8 e mezzo) e c’è molto Altman, inevitabilmente, con un pensiero sincero al suo America Oggi, che riscalda lo sguardo e nel mostrarci il ritratto di una vita imperfetta, ci fa sentire sempre un po’ più a casa. 

lunedì 15 dicembre 2014

4 Film d'autore sotto l'albero

Eccovi i miei film d'autore sotto l'albero...Lasciatevi sorprendere da quattro opere fatte…ad arte!

Shirley, vision of reality

Vi siete mai persi nel mondo silenzioso di un quadro di Edward Hopper? Se conoscete l’artista, concorderete sulla magica presenza di un chiaro (anche se non necessariamente esplicito o voluto) richiamo cinematografico all’interno di ogni suo capolavoro. E la solitudine, i drammi, le storie dei suoi personaggi, mai nessuno aveva provato ad animarli… Gustav Deutsch, documentarista austriaco classe ’52, con questo film sperimentale ha dato vita ad un gioiellino che toglie il fiato. Tredici quadri e la storia di una donna. Direttamente dalla 63° edizione del Festival di Berlino ecco un’opera da cercare e in cui perdersi in un pomeriggio di Natale da sublimare. 

Les Bonnie & Clyde de l'Art

Avete mai sognato di entrare nella testa di un artista? Ecco il viaggio a cui sarete destinati guardando questo documentario girato da Anne Julien e Louise Faure, sulla vita e l’arte della scultrice e pittrice Niki De Saint Phalle. Un’artista rivoluzionaria che ha fatto della propria opera, un mezzo di sopravvivenza in una società da cui si sentiva violentata. Un fucile a colori e giganti sculture di Nanas magnifiche, a celebrare la grandezza della donna e dell’arte. Provocatrice, intellettuale, femminista e ricercata: per chi è ancora convinto che l’arte sia da salvare.

Scopri gli ultimi due film su Viviconstile.it 


domenica 9 novembre 2014

Stupeurs et Tremblements



Amélie Nothomb la si odia o la sia ama. Chi la ama, succede che guarda anche i film tratti dai suoi libri, fosse solo per entrare un poco ancora nel suo mondo incantato, cinico, sarcastico e ingenuo allo stesso tempo.

Nel 2003 esce il film francese Stupeurs et Tremblements del regista Alain Corneau. E si tratta di un bel film: la storia è quella raccontata nell’omonimo libro, la sceneggiatura è curata anche dalla stessa scrittrice e i personaggi, immersi nelle loro atmosfere ovattate, talvolta surreali, danno un volto che non delude ai protagonisti del romanzo.

Siamo in una multinazionale giapponese. Amélie, giovane ragazza belga dall’aria sognante e irriverente, è riuscita a farsi assumere coronando il suo grande sogno di tornare in Giappone, splendida terra natale che fin da bambina non aveva più dimenticato. E’ così che inizia la sua avventura, al fianco di una responsabile crudele, bella e silenziosa come una tempesta di neve.

L’attrice principale Sylvie Testud si cala a meraviglia in un ruolo non facile, che la vede dover fare i conti con tutto un immaginario che Amélie Nothomb ha creato intorno ai suoi personaggi, arricchito di libro in libro, complesso e duro da tradurre in immagini. 
Il film in generale ruota, dunque, attorno alle performances della Testud, unica vera speranza per la riuscita dell’opera: sono belle le scene in cui, in primissimo piano entriamo nei suoi pensieri, scrutiamo gli occhi increduli e cerchiamo di tradurre gli impercettibili movimenti della sua mimica facciale, è spettacolare la scena del ballo di notte, folle liberazione da ogni silenzio e umiliazione subiti, così come hanno un esito calmante le scene in cui bacia la città dall’alto giocando con la vita e le sue avversità.

E poi ci sono le diversità culturali, l'onore, i sentimenti visti da due mondi differenti che hanno in comune una sola cosa...la pioggia.

lunedì 27 ottobre 2014

Magic in the Moonlight






Woody Allen, jazz e giochi di magia   

E' tra i paesaggi di una Provenza dalle sfumature aranciate che Woody Allen ambienta la sua nuova comedy europea, un po' misteriosa e un po' magica, dalla fotografia filtrata, il sole fra i capelli e un humour a tratti spento.

Sarebbe più facile raccontare Magic in the Moonlight per esclusione, giocando a scoprire a quale film non assomigli, e allora si potrebbe dire che non è uno dei film-cartolina tipici dell'ultimo Woody, che non è un dramma dall'intrigo complicato, né un thriller sensuale.

Si tratta piuttosto di un'opera creata come da una fusione (non del tutto riuscita) delle tematiche preferite di Woody Allen, riproposte senza sprint all'interno di una trama troppo poco originale. Magic in the Moonlight  rappresenta l'ideale fusione tra il cinema classico di Woody Allen e quello più recente: convivono, non sempre bene amalgamate, un'idea di nostalgia unita alla semplicità delle sue ultime storie. 

Fanno l'occhiolino ai suoi film passati la magia, l'illusionismo e i giochi di prestigio (da sempre grandi passioni personali del regista), gli anni '20 e il jazz, elegante binomio diventato quasi un marchio di fabbrica, i quesiti sull'aldilà e il cinismo nei confronti della religione, della morte o dell'amore, corredato, come ai vecchi tempi, di citazioni filosofiche senza speranza.

Dalla sua cinematografia recente, invece, Woody Allen prende in prestito l'utilizzo di attori molto più conosciuti, le ambientazioni europee lontane dai quartieri di Brooklyn e Manhattan degli anni '70, una trama più lineare e uno stile meno nevrotico che inevitabilmente si fa anche più piatto e meno pungente. 

               
                    - I can't forgive you, only God can forgive you.
                    - But you said there is no God.
                    - Precisely my point.







martedì 7 ottobre 2014

St. Vincent | Bill Murray, Bob Dylan, walkman e giardini




E’ stata diffusa in rete da poco ma è già virale sul web: una poetica clip di Bill Murray che canticchia Bob Dylan con il walkman appeso al collo e immerso in un’atmosfera da film indipendente americano di quelli che senza neanche averli visti sai che ti faranno bene. Siamo in un giardino un po’ decadente “alla Bobby Long”… 

Clicca sul LINK per vedere la CLIP !

- St. Vincent sarà l’esordio al lungometraggio di Theodore Melfi, giovane sceneggiatore, regista e produttore indipendente americano (seguitelo su Twitter per aneddoti, foto, clip e curiosità sul film: @theodoremelfi)  

- Il film è stato presentato in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival e si è classificato secondo per il premio People's Choice Award come Miglior Film dopo The Imitation Game di Morten Tyldum. Un occhiolino alle musiche che saranno di Theodore Shapiro
- Bill Murray interpreta un veterano di guerra alle prese con i nuovi vicini di casa, tra cui un ragazzino con il quale inizierà un'amicizia particolare presumibilmente stemperata dai suoi sguardi ironici, amorevoli, rassegnati o nostalgici...

- CAST: Melissa McCarthy, Naomi Watts, Chris O'Dowd, Terrence Howard, Jaeden Lieberher, Lenny Venito, Nate Corddry, Dario Barosso, Kimberly Quinn, Donna Mitchell, Ann Dowd, Scott Adsit, Reg E. Cathey, Deirdre O'Connell, Ray Iannicelli.

Guarda il Trailer!!